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L'alto medioevo

La decadenza dell'impero romano portò ad uno spopolamento quasi totale della regione ed anche la presenza bizantina era limitata a piccoli nuclei di avvistamento autosufficienti di soldati contadini detti stratioti, che a Pietraperzia si presume occupassero il castello, dove rimangono tracce di affreschi di una chiesa rupestre.

Nella conquista araba, è da Pietraperzia (Agar – al – matcub) che Ibn Abbas si muove per attaccare Enna (827) ma non rimangono tracce di costruzioni, se non, forse, la cisterna a 4 bracci ogivali ricavata entro la roccia del castello e rivestita da un intonaco impermeabilizzante dal peso e dalla durezza quasi metallici.

La presenza araba fu numerosa di berberi agricoltori che poco si fuse con la popolazione latina e greca ed andò ad occupare casali sparsi nel territorio: Regaldesi, Rancitito, Casazze, Saraceno, San Giovanni, e venne scacciata dai latini verso la costa sudoccidentale già nel 1160, un secolo prima della espulsione ordinata da Federico II.

Il Tardo Medioevo

Il Castello Barresi

Il castello di Pietraperzia fu costruito dai Normanni guidati dal Conte Ruggero alla conquista della Sicilia, negli anni precedenti la presa di Butera (tra il 1072 e il 1088) sulle rovine di una fortezza araba espugnata. Su quelle rupi a strapiombo dominanti la valle dell'Imera dove già in precedenza i Bizantini, i Romani, i Siculi e molto prima i Sicani, avevano eretto opere di difesa, di culto e di misurazione astronomica, furono le numerose grotticelle (tombe castellucciane) scavate sulle pareti rocciose a fare denominare il castello e il luogo come Pierre - percèe, oggi Pietraperzia.

Castello Barresi a Pietraperzia (EN)

Il Castello Barresi di Pietraperzia (EN)

Dopo un transitorio periodo di disponibilità demaniale, necessaria per l'importanza strategica all'opera di pacificazione, il Castello e la piccola terra (abitato), furono assegnati con investitura feudale al milite francese Abbon de Barrès.

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Il geografo arabo Edrisi, esploratore al servizio di re Ruggero II, descrive nel 1143 Pietraperzia come "...forte castello e valido fortilizio, con confini estesi, contrade prospere ed acque abbondanti".

La discendenza Barresi ebbe confermata sempre l'investitura della dinastia normanno - sveva, estese il dominio al vicino territorio di Barrafranca dopo la definitiva espulsione degli arabi (1160) e ingrossò il piccolo borgo che, nel 1277 aveva 226 abitanti.

Nei successivi decenni il castello svolgerà appieno la sua funzione militare, quale teatro di operazioni nella lunga, torbida e sanguinosa contesa tra angioini e aragonesi per il dominio della Sicilia, giocata di fatto dai feudatari siciliani, nella velleitaria aspirazione di conseguire la massima indipendenza, che già aveva procurato guerre durante il regno di Guglielmo il Malo.

La famiglia Barresi si schierò quasi sempre da parte angioina e, nel 1268, il castello fu piazzaforte dell'esercito francese per la conquista di Caltanissetta, Naro, Aidone; ma anche dopo il sopravvento aragonese, i Barresi riuscirono, con un sottile gioco diplomatico tra diversi componenti della famiglia, a mantenere il potere, divenendo anche con Abbo III, reggenti del regno di Sicilia in una magistratura a quattro, all'indomani del Vespro (1282) e fino all'arrivo del re di Aragona, Pietro III.

Nella guerra tra Giacomo II e Federico, figli di Pietro, Pitraperzia tenne ancora la parte filo-francese di Giacomo II, ospitando l'esercito che aveva facile gioco in rapide incursioni nella Sicilia orientale; ma le sorti poi volsero a sfavore e, nel 1298, il castello fu assediato da Manfredi Chiaramonte, preso "per fame e per sete alla presenza di Federico" e poi dato alle fiamme e incamerato al regio demanio.

I Barresi, Giovanni, Matteo e Fulcone, andarono esuli a Napoli.

Ne rientrarono in possesso nel 1320, come dono per il matrimonio della regina Eleonora d'Angiò, destinata sposa di Federico con la pace di Caltabellotta del 1302, fatto alla sua damigella Ricca La Matina andata sposa di Abbo IV.

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Il castello viene quindi ricostruito, del vecchio restavano le torri angolari, il mastio, nel nuovo stile gotico - catalano che ancora vediamo, e si arricchisce via via nei secoli di pace coloniale sotto gli spagnoli alla fine del medioevo, perdendo l'austero carattere militare, con la costruzione del palatium su tre livelli in rigorosa simmetria di facciata a nord, ed in fastosa armonia dei lati della corte centrale, tale da essere annoverato (Calandra) tra i più significativi esempi di rinascimento siciliano.

La famiglia conserverà un ruolo influente nella politica siciliana: nel 1348 Abbo IV è capitano del senato ovvero della rappresentanza siciliana alla corte aragonese, ed il feudo assumerà il rango di marchesato (1510, da Carlo V) e poi di principato (1564, da Filippo II).

Si manifesta l'apertura alle arti e alla promozione dell'economia.

Giovanni Antonio I acquista per la piantagione 12000 olivi; Giovanni Antonio II accoglie una colonia di greci epiroti guidati dall'archita Cagno e, con esenzioni fiscali (barra-franca) favorisce la colonizzazione di Convicino da parte dei profughi della costa sud (Gela e Licata) tormentati dalle incursioni piratesche; è tra i primi, nel 1498, a concedere i Capitoli, una sorta di costituzione dei diritti dei vessalli.

I Gagini, e forse Francesco Laurana, lavorano nel castello e nella chiesa-madre; il soffitto ligneo della cappella di S. Antonio riporta i versetti biblici in lingua volgare siciliana a commento delle raffigurazioni; umanisti come Lorenzo Valla e Matteo Scobar vengono per insegnare; si esegue e si compone a corte musica madrigalistica; la torre del puntale ospita un osservatorio astronomico; si produce opera di stampa; Antonio Pietro acquista nel 1498 un'ancona (grande quadro da altare, con immagine dipinta su tavola) in maiolica di Andrea della Robbia.

Nella sua funzione istituzionale il castello viene anche adibito, per disposizione vicereale (riportata in Atto Not. Catalano 23/3/1486), a carcere mandamentale.

L'estinzione del ceppo Barresi, alla fine del secolo XVI, segna l'inizio del declino dell'edificio, con il trasferimento delle sede curtense da parte della famiglia Branciforti di Mazzarino, impegnata in nuove colonizzazioni.

Con l'abolizione della feudalità, nel 1812 comincia il degrado dell'abbandono: in affitto al Comune dopo il 1860, quale carcere circondariale, un estenuante battibecco con la proprietà (P.pi Lanza di Trabia) fu pretesto per l'omissione della manutenzione elementare finché anche la sospensione della custodia, agli inizi del novecento, consentì il dilagare del saccheggio dei materiali da costruzione.

Gli stessi proprietari trasferirono le insegne, gli arredi, le opere d'arte ed anche gli elementi architettonici di maggior pregio (portali, finestre, paramenti lapidei), mentre il Comune mozzò le 2 torri dell'accesso per cautelare un serbatoio dell'acqua potabile costruito in adiacenza (1930 – 1950).

Quanto rimane è tuttavia degno della massima attenzione, trattandosi di uno dei maggiori esempi di architettura castellana della Sicilia, come riconosce il Turchetti (Guida ai Castelli di Sicilia, Palermo 1997).

E' tuttora ben leggibile l'impianto e l'entità (mq. 3467 di area della cinta interna, di cui mq. 800 circa ancora coperti), nonché l'eventualità di recupero di importanti elementi architettonici dispersi nell'area circostante (o trasferiti).

I Pavimenti in maiolica

Del periodo di grande splendore della famiglia Barresi, nello scorcio del sec. XV con Giovanni Antonio II e Matteo, e nel sec. XVI, culminato con le nozze dell'ultima rappresentante, principessa Dorotea, con il Conte di Castiglia Giovanni Zunica Requens (1572) , ambasciatore presso la Santa Sede e poi Viceré, c'è testimonianza anche nei rari e preziosi pavimenti in maiolica monocroma blu di cobalto su fondo bianco, di provenienza iberica e in parte di fabbrica siciliana.

La campionatura, che costituisce forse il più importante fondo documentario di maiolica pavimentale tardo medievale e rinascimentale in Sicilia, fu donata nel 1894 al museo nazionale di Palermo dal proprietario del castello, Principe di Scalea

in occasione della mostra "Sicilia e la Corona di Aragona" sono stati presentati al pubblico, in cospicuo numero e straordinaria varietà di repertorio, quadrella e figure zooforme ed ornati floreali e vegetali della tradizione ispano-moresca, poi assimilata ed evoluta dalle officine siciliane, che andranno ad arricchire la Galleria Regionale della Sicilia a Palazzo Abatellis.

Ancora in loco, sono interessanti dei residui seicenteschi nel Palazzo del Governatore, e nella chiesetta della Cateva, dove rimane anche traccia di forme provenzali del XIV secolo.

I graffiti del castello

Se la corte aveva assunto lo splendore dei principati rinascimentali, viceversa le condizioni della popolazione dovevano essere oltremodo dure se, in seguito a sollevazioni guidate da un verto Paolo Perdicaro, ottennero nel 1498 i Capitoli, una sorta di carta costituzionale in 37 articoli in cui più che di diritti si parla di doveri, la cui trasgressione comportava l'imprigionamento, e tra tutti il più curioso è quello che esenta dal pagamento della pigione della prigione colui che rinunci ad avvalersi del giaciglio.

Il castello aveva una vera e propria segreta, sotto i vani del lato nord della corte, ma anche a seguito della destinazione a carcere mandamentale nel 1486, diversi altri locali sotterranei dovettero essere adibiti a prigione.

E' in questi che troviamo, incisi nei muri di gesso, graffiti opera dei prigionieri di grandissimo interesse non solamente storico, giacché datati allo scorcio del XV e alla prima metà del XVI sec., ma di grande valore iconografico e semantico. Una serie, opera probabilmente di un prigioniero illirico (guardando al costume di una figura sacerdotale e ad una scritta Ragusa, e potrebbe trattarsi dello stesso epirota Cagno) è data da rappresentazioni di soggetto religioso di un culto esoterico, in cui la croce ha doppia traversa e l'altare entra a fare parte di una cosmogonia di simboli dei fattori naturali tra cui è dominante la figura dell'uccello-pavone. Più immediati quelli che ricoprono interamente le pareti e la volta della segreta, e riportano oltre numerose date, scudi araldici, nomi, volti, e figure animali delicatissime di cervi.

Il comune ha propiziato lo svolgimento del rilievo da parte di una società specializzata e presto sarà possibile offrire questo patrimonio alla riflessione degli studiosi.

Il brigante Testalonga

In questo clima si inserisce la figura, storica e leggendaria, del brigante Testalonga, contadino di nome Antonio Di Blasi che, per la gravità dei soprusi subiti da parte della dispotica guardia baronale si diede alla macchia, aggregando potenti bande che in pochi anni finirono per assumere il controllo dell'economia granaria su buona parte dell'isola, ma sempre, almeno negli intenti del capo, col fine di soccorrere i deboli ed umiliare gli avari.

Fu ucciso dall'esercito nel 1767 ed era nato nel 1721, ma rimase per oltre un secolo ad esaltare la fantasia nella letteratura romantica europea e nelle strofe dei cantastorie.

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